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Mi state dicendo che avete draftato Mike Bibby alla due?!

 

Quante volte, negli anni, è capitato di rimanere abbagliati da giocatori che a distanza di pochi anni si sono rivelati, se non bidoni, quanto meno promesse mai mantenute? Parecchie, no?
Quante volte, invece, è successo che un giocatore chiaramente talentuoso, con la testa ed i mezzi per farcela, venisse sempre considerato un po’ meno, snobbato in qualche modo? Un po’ meno, forse.

È però questo il caso di Paul Pierce, da sempre uno degli attaccanti più completi e talentuosi della lega, in grado di abbinare come pochi dosi massicce di clutchness, quella capacità che pochi hanno di mettere i tiri quando la palla pesa veramente, con una non comune attitudine da defensive stopper. Abbiamo ancora tutti in mente le giocate di Pierce nel 2008, in particolare nella serie con la Cleveland del Phessone. Eppure perchè, a conti fatti, nell’immaginario collettivo Pierce è sempre rimasto così in secondo piano? Forse gli stessi Celtics, ancora frastornati dall’essersi fatti soffiare la prima chiamata al draft che avrebbe voluto dire Tim Duncan, non si resero immediatamente conto della portata di cosa riuscirono a tirare a casa con la decima scelta al Draft 1998: quello che sarebbe diventato il loro giocatore franchigia, capaci di condurli, quando adeguatamente supportato, a vincere un titolo e sfiorarne un altro. Eppure negli anni, inspiegabilmente, si è sempre finito per indicare altri come i giocatori migliori dell’NBA…

La scorsa notte, tuttavia, Paul Pierce ha posto un altro decisivo mattone alla consacrazione della sua leggenda, nonchè alla sua futura candidatura alla Hall of Fame: con una tripla segnata ai non irresistibili Charlotte Bobcats, ha finalmente sorpassato Larry Bird diventando il secondo scorer più prolifico della storia dei Boston Celtics, dietro soltanto all’inarrivabile John Havlicek (26,395 punti, 4000 e passa in più di Pierce). Un traguardo importantissimo, che consolida ulteriormente la posizione del Capitano nella franchigia, posizione che fino a un mese fa era sempre più che a rischio. Lo stentato inizio di stagione dei Celtics, unito alle deludenti prestazioni di un Pierce non ancora in forma (debilitato oltretutto da un fastidioso infortunio al piede), avevano portato Danny Ainge e tutta la dirigenza a considerare la temuta ipotesi del “Blow it up”: se l’andazzo della squadra fosse proseguito su una via tanto negativa, prima della deadline avremmo assistito alla partenza dei Big Three, o forse addirittura di Rondo.
Ma a quel punto i veterani, punti nel vivo del loro orgoglio, hanno iniziato a macinare difesa, e guidati da un Pierce tornato in forma smagliante (una media vicina alla tripla doppia per quasi due settimane, premiata anche con l’Eastern Conference Player of the Week) hanno vinto nove delle ultime dieci partite.

Di talento se n’è visto passare tanto, in questa lega che amiamo e odiamo allo stesso tempo. Ma qui unito al talento, una concentrazione unica di intelligenza (dentro e fuori il campo), attitudine da leader e cattiveria agonistica che dovrebbero solo farci sognare di avere presto altri Paul Pierce nell’NBA.
Questi periodi da MVP riportano agli occhi di tutti la grandezza di “The Truth” (come Shaq lo soprannominò ere geologiche fa) e l’eco della sua eredità. Chissà che il superamento di un record così lo faccia rimanere in testa a tutti.

The Past, The Present, The Future

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