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Solo due righe per condividere una bella notizia: Dusan Sakota, dopo l’incidente in campo il 25 aprile del 2010, che gli procurò una lesione allo stomaco rarissima e il coma, è tornato a giocare.
Al di là delle polemiche è bello vedere quando la voglia di vivere e di giocare vince su tutto, anche su una cosa come la paura e la morte.
Ha appena firmato con il Telenet Basket Ostenda e insomma, ben tornato in campo.
Quest’anno non si è concluso al meglio: dopo settimane di febbre è arrivata la diagnosi di citomegalovirus, che ti fa chiudere così la stagione. In linea generale però come è stato il tuo primo anno a Jesi?
Purtroppo i tempi di recupero dal virus sono lunghissimi, per cui è stato davvero pesante dover assistere al finale del campionato da semplice spettatore, specialmente dopo aver giocato da protagonista per tre quarti della stagione. E’ normale che ci sia molto rammarico per non aver potuto aiutare Jesi a qualificarsi per i playoff, obiettivo che era ampiamente alla nostra portata visto il campionato che stavamo facendo e come eravamo riusciti a trovare nuovi equilibri di squadra…
Mi son trovato molto bene, sia con la società che con la città, e ovviamente coi ragazzi di squadra, davvero è stato un bellissimo gruppo quello che abbiam formato in campo.
Hai iniziato a Trieste, poi Gorizia, poi Ragusa, poi Pesaro; c’è stata una parentesi senese, e un’esperienza meravigliosa in Spagna. Ora dopo l’esperienza di Rimini sei approdato a Jesi, disputando un buonissimo campionato. La legadue non ti sta un po’ stretta?
La scelta di giocare da protagonista in A2 l’ho fatta semplicemente perchè credo che l’ ambiente si fosse un pò dimenticato di me come giocatore, ho sempre avuto l’ impressione che i 5 anni in Spagna non li abbia seguiti nessuno, e anzi, che mi abbiano penalizzato per quanto riguarda la mia reputazione italiana.
Il livello del campionato spagnolo è altissimo, e sono felicissimo di essermi misurato per così tante stagioni e a quel livello di prestazioni nel miglior campionato nazionale dopo l’ NBA.
L’annata di quest anno quindi, l’ ho vista come un’ulteriore sfida, per dimostrare che tipo di giocatore sono a quelli che si ricordavano di me 23enne a Pesaro o a 26 poi ad Avellino per una parte di stagione.
A proposito di Spagna: quando parli di quegli anni sembra che tu abbia vissuto un’esperienza fantastica, sia a livello professionale che umano. Diversi italiani, sia giocatori che allenatori, hanno trovato lì un luogo perfetto dove continuare la propria esperienza già grandissima in Italia. Che cosa ti hanno dato quegli anni? Che differenze hai trovato tra il basket italiano e quello iberico? Hai un ricordo su tutti che ti rimane impresso?
Gli anni in Spagna mi hanno dato moltissimo sia a livello umano che a livello professionale.
Ho vissuto la crescita di un club come Granada che è passato dalla seconda divisione alla prima, fino ad arrivare ad un tiro dal qualificarsi per la Copa Del Rey, ed esser stato nominato capitano in una squadra straniera è uno dei ricordi più gratificanti che ho.
Di episodi ce ne sono tantissimi per fortuna, direi che la promozione, o la partita per salvarsi in cui abbiam sconfitto i futuri campioni del TAU Vitoria però restano i ricordi più speciali.
Hai giocato 78 partite in Nazionale, segnando anche il canestro della vittoria ai Giochi del Mediterraneo del 2005. Cosa significa per te quella maglia? E vista la Nazionale attuale cosa ne pensi di questa squadra? Credi che Pianigiani riuscirà a trovare il modo di far tornare l’Italia tra le grandi?
Io sono certo che la nazionale riuscirà a tornare ai livelli di un tempo, quando giocavamo per le medaglie e non solo per qualificarci. Ovviamente per farlo serve che i nostri giocatori migliori facciano parte della squadra perchè ancora i nostri tre “americani” non hanno giocato assieme. Non vedo l’ora che la nazionale riporti l’ entusiasmo tra la gente, è il miglior modo per trascinare tutto l’ ambiente della pallacanestro verso una crescita che purtroppo sembra in crisi al giorno d’oggi.
Ci parli di Trieste Tropics?
I Trieste Tropics sono un’ associazione dilettantistica che abbiamo fondato Carlo Caponnetti ed io con l’intento di trasmettere la serenità e il divertimento per lo sport attraverso il basket.
Siam appena nati ma c’è un grande entusiasmo attorno a questa iniziativa e sono certo che un passo alla volta potremmo diventare un punto di riferimento come educatori sportivi, senza trascurare naturalmente la parte didattica dei corsi di minibasket e la voglia di migliorarsi che ti fa andare in campo ogni volta col sorriso sulle labbra.
Il sito su cui ci potete seguire è www.triestetropics.com e naturalmente l’ immancabile www.andreapecile.it .
STATE SERENI …SEMPRE…
E non che mi possa lamentare. Ero a San Antonio a passare l’estate e a vedere la finale tra Spurs e NY. (A proposito, gara 5 non l’ho vista, e non sto commentando nulla sugli Spurs perchè ho troppa paura di come andrà)
Eppure.
Eppure telefonavo a mio padre supplicandolo con “ti prego, tieni via le Gazzette”, “ti prego, registra tutto. Ma lo sai come si registra? Devi registrare ogni partita che passa la Rai!”, “ti prego, chiamami quando finisce la semifinale. Ma chiamami subito però!”
Vedendo questo video (ovviamente in America avevano di meglio da fare che pensare agli europei di basket) mi vengono un po’ di lacrimucce:
- Si intravede Abbio (1 lacrimuccia)
- Meneghin era ancora ai tempi d’oro; l’ho visto un paio di anni fa giocare in Serie C una finale contro il Salò Basket per la promozione in C1 , e non sapete che sofferenza sia stata vederlo con la schiena a pezzi (1 lacrimuccia)
- il buon vecchio Carlton Myers e il suo arresto e tiro in sospensione (1 lacrimuccia)
- le stoppate di Fucka (1 lacrimuccia)
- Chiagic che magicamente segna un tiro libero (1 lacrimuccia)
- Bonora (per me è un giocatore un po’ sopravvalutato, ma in quegli anni ha giocato davvero bene sia con la Benetton che con la Nazionale) (mezza lacrimuccia)
- De Pol! chi se le scorda le sue partite con Varese! (1 lacrimuccia)
Quegli anni sono stati a mio avviso gli anni migliori per la nostra nazionale (intendo quella che posso ricordare io, che ho 28 anni).
Perchè obiettivamente, diciamolo, l’argento alle Olimpiadi del 2004 è stato sì sudato, ma anche un po’ botta di culo.
Non voglio fare la solita fortitudina che parla solo dei bei tempi andati (i tempi presenti è meglio dimenticarli, sì), è che io per Gianluca Basile ho sempre avuto una passione.
Da ragazzina avevo la Smemoranda piena di articoli ritagliati da Super Basket, e andavo molto spesso a Reggio, quando il Baso giocava nella Reggiana. Avevo 13 anni e lo guardavo trasognante sia durante le partite che alle cene con la squadra alle quali spesso ero presente. In quegli anni i belloni della Reggiana erano lui e Davolio. Ma lui di più, diciamolo.
Era giovanissimo e timidissimo, balbettava e parlava poco; si intravedevano però secondo me i segni che lo definivano un grande giocatore. Impegno, sacrificio, voglia di imparare e tanta umiltà.
Con gli anni avrebbero detto che era un perdente, che era bravo ma non vinceva mai. Ma poi qualche scudetto è arrivato, e con loro un sacco di soddisfazioni anche all’estero.
Eppure a me degli scudetti non frega. Ricordo i tiri ignoranti e il grande gioco di squadra; il non avere paura dopo aver sbagliato un tiro da tre, riprovandoci di nuovo; il prendere in mano una partita, giocarsela fino in fondo senza mollare mai, né la concentrazione né la voglia di vincere; il prendersi le responsabilità quando non è facile farlo.
Quando se n’è andato in Spagna sono stata arrabbiata per un po’, ma il tempo gli ha dato ragione; si è fatto amare anche nella terra della paella e ha vinto, togliendosi l’etichetta di bravo che non quaglia.
In nazionale, poi, per me era una certezza. Se c’era lui in campo tra i cinque, ero tranquilla. Pochi altri mi davano la sensazione di presenza al 100% sul campo. Per questo oltre al tributo fortitudino (per favore togliete l’audio quando lo guardate) posto anche un video dei suoi “best of” di una bellissima partita Usa – Italia. Chiamatemi romantica, ma a me viene la pelle d’oca.
E poi va beh, io ho sognato per anni che mi venisse a prendere scuola con un mazzo di rose rosse. Ma questa è un’altra storia.
Se a Reggio Emilia dici “Mike Mitchell”, ti guardano con quell’espressione trasognata e adorante di chi ricorda anni meravigliosi e palazzetti pieni. Dire “Mike Mitchell” a Reggio Emilia è un po’ come dire “Er Pupone” nella capitale, o per tornare al basket “Danilovic” a Bologna, parte Virtus.
Ci sono giocatori destinati a diventare dei simboli, dei miti terreni, e sicuramente è Mike quello della piccola Reggio.
Nato in Georgia, ad Atlanta, il primo giorno dell’anno 1956 frequenta prima la Price High School e poi il College giocando con gli Auburn Tigers in Alabama. Qui si impone come giocatore, arrivando dopo quattro anni a superare i 20 punti di media a partita in 104 match. Si impone come giocatore al punto da essere chiamato al primo giro del Draft Nba da Cleveland, dove rimane per tre stagioni. Gli anni più pieni li gioca a San Antonio, con gli Spurs, dalla metà stagione 81-82, fino alla fine dell’88. Gioca anche un All Star Game, mica noccioline.
Nell’88 approda in Italia, prima due anni a Brescia, ai tempi della Filodoro (31 punti di media a partita), poi a Napoli (29.8 di media), infine, dopo un anno con il Maccabi tel Aviv, si trasferisce definitivamente a Reggio Emilia. Nella stagione 87-88 è l’Mvp del campionato. A Reggio incontra, tra gli altri, un giovanissimo Gianluca Basile, arrivato fresco fresco da Ruvo di Puglia, un sempre giovane Alessandro Davolio, che non ha fatto forse tutta la carriera che si poteva immaginare, Montecchi e Damiao.
Soprannominato The Teacher, il Professore, perché quando prende la palla può solo insegnare, e poco importa se negli ultimi anni non aveva voglia di correre, e non correva. Nei grandi momenti di difficoltà la palla era per lui, che in area sapeva sempre trovare una soluzione in uno contro uno. Rimane sette stagioni, fino al 1999, anno in cui si ritira. Reggio gli ha dedicato una giornata, il Mitchell’s Day, in cui tutti i suoi ex compagni ed amici si sono ritrovati sullo stesso campo per salutarlo. Palazzetto pieno e incassi alti: tutto il ricavato era destinato ad una associazione antidroga attiva negli Stati Uniti e di cui Mitchell si occupa, partecipando soprattutto nella formazione dei giovani nelle scuole d’America.
Concedetemi un ricordo, piccolo piccolo: l’ho conosciuto da bambina, ai tempi di Brescia. Mio padre era nello staff della Filodoro. A una cena a casa mia con tutta la squadra Mike mi prende (avrò avuto 6 anni), trascina in garage tutti quanti, allenatore compreso, e si mette in piedi a 3 metri da me, con le braccia a formare un cerchio, un canestro umano. I miei primi tiri li ho fatti nel garage di casa mia, con Mike Mitchell come canestro e la palla a spicchi da minibasket. Mi sa che quella volta, finii pure sulla pagina delle lettere di Superbasket, con una foto di me in pieno lancio a canestro.
Quella di domenica è una finale scudetto.
È inutile che ce la stiamo a raccontare. Le due squadre più forti di questo campionato italiano si sfidano sul terreno dei campioni d’Italia per imporsi sulla classifica. Siena vuole affermarsi come la più forte, Milano vuole riprendersi il primo posto in classifica, quello che aveva fino alla scorsa settimana, prima di perdere il primo match con la Sutor di Pillastrini, prima che la Montepaschi segasse senza pietà Teramo, fresca fresca di nuovo allenatore. Lo ammetto: sono grata al Pilla; non solo per le lezioni di basket che dava a me e ad altri centinaia di bambini al camp di Cervia del 1994, 1995 e 1996. Gli devo questa vittoria sulla capolista, io, che da Fortitudina Doc, guardo ancora (e godo) il video della finale scudetto vinta all’ultimo secondo con il tiro da tre di Douglas. Ma questa è un’altra storia.
Sarà un partitone, quello di domenica. Con tutte le ansie del caso.Le assenze ci sono. Stoonerook sarà in tribuna, con l’infortunio alla caviglia in alto mare; dal lato Armani Pecherov potrebbe anche farcela, dopo la lesione al polpaccio, ma è inutile dire che non sarà al top.E se tra i milanesi c’era chi sperava che Lavrinovic, dopo l’intervento alla schiena, potesse essere sottotono, sbaglia. Contro Teramo ne ha messe 14. Contro Biella 22, e il tabellino segna 28 di valutazione.
Titola bene l’ultimo numero di Super Basket: questa sfida vale molto, molto di più di due punti. Vale il fattore casa in un’eventuale finale scudetto. Vale, da un punto di vista psicologico, la consapevolezza di essere ancora la più grande, in caso di vincita Senese; e di ribaltare la supremazia della Montepaschi degli ultimi anni, in caso il sole domenica brilli sotto la Madonnina. I toscani hanno vinto le ultime 19, contro Milano. Ed è anche per questo che Bucchi e i suoi arrivano a domenica con il coltello tra i denti e un giocatore, Hawkins, l’ex, che non le manda a dire, quando si tratta di segnare.
Insomma aria di fine stagione, anche se siamo solo all’inizio.
E visto che non trovo video che mi piacciono, facciamo che vi posto il mio preferito.




