Quanto è importante nel nostro sport preferito capitare nel posto giusto al momento giusto? Intendiamoci, uno come LeBron James nasce ogni tanto, è il cosiddetto uomo franchigia, un insostituibile che sarebbe titolare ovunque e che porterebbe vittorie a qualsiasi formazione, basterebbe tenere a mente come esempio i Cavs che giocarono per il titolo pur avendo una specie di deserto attorno al fenomenale Phessone. Eppure il contesto conta e parecchio. Se sei un buon giocatore e vuoi vincere qualcosa, e non vuoi intristirti sbattendoti inutilmente in presenza di compagni interessati a produrre stoppate o tiri da tre nel garbage time con gli avversari sopra di trenta, se insomma ti chiami Richard Hamilton può capitare che il campionato più bello del mondo ti regali la soddisfazione di portare tutto il tuo talento e la tua esperienza proprio dove la tensione è alta e ci si gioca qualcosa di veramente importante. La guardia dallo stile agile e dal tiro sinuoso rappresenta un vero affare, per i Chicago Bulls che hanno un elemento tatticamente perfetto per accompagnare le scorribande di Derrick Rose, e per lo stesso giocatore che ha abbandonato un ambiente depresso in un momento in cui può ancora dimostrare molto visto che ha 32 anni, mica 40! Un altro giocatore che ha ricevuto una boccata d’ossigeno dal mercato è David West che, reduce da un serio infortunio, si è trovato agli Indiana Pacers dove è già un tassello fondamentale per far crescere una squadra che farà i playoff e che ha ottimi margini di miglioramento. Gli Hornets invece ricominciano da zero, senza West e senza Paul: certamente il fantastico Eric Gordon, campione del mondo due anni fa con la nazionale americana, si trova invece nella situazione opposta a quella di West, dovendo vivacchiare in un team perdente proprio nel momento più promettente della carriera, momento tra l’altro macchiato da fastidiosi problemi fisici. E’ vero che trattasi di professionisti, alcuni dei quali non scambierebbero certo il loro salario pantagruelico (chi ha pronunciato le parole “Rashard” e “Lewis”?) con qualche vittoria in più, ma è anche vero che a nessuno piace perdere, soprattutto in uno sport dove se va male puoi perdere anche più di cinquanta volte in una stagione. Ecco allora che uno dei nostri “protetti”, quel Danilo Gallinari che doveva temere come la peste il distacco da coach D’Antoni e da una città che in teoria lo avrebbe coccolato a prescindere, si trova a gongolare come un bufalo nella pozza di fango per aver trovato una squadra emergente, un allenatore di alto livello e soprattutto un ruolo da protagonista in un contesto ambizioso. A New York ammassano talento individuale, il che ha pure un risvolto romantico, ma farci credere che con il Barone vinceranno qualcosa è più che un’impresa.