Guardando e ascoltando su League Pass questi memorabili playoff ho imparato ad apprezzare il fantastico trio di commentatori formato da Mike Breen, Mark Jackson e Jeff Van Gundy. Sono davvero perfetti, sempre sincronizzati, ognuno con le sue idee ma nessuno che urla o che dà spettacolo inutilmente per darsi un tono. Breen è appassionato e non tradisce il suo amore per il gioco, sa che sta comunque vendendo un prodotto ma non lo fa con la spudoratezza dei commentatori del calcio italiano che su Sky impazziscono anche per un noioso zero a zero prima di mandarci a bere un tè caldo. Rispetto a un Flavio Tranquillo, del quale non discuto la conoscenza del gioco, Breen lascia che ci siano pause anche di un paio di secondi tra una frase e l’altra, evitando così di farci venire il mal di stomaco ed evitando soprattutto di dirci mille cose quando magari necessitiamo di ascoltarne cinquecento. Anche lui si esalta per il “tiro libero supppppplementare!” che declama con l’ormai tipico “enafaul!” e, come Tranquillo, se c’è un bel recupero difensivo preferisce elogiare l’autore della “rubata” piuttosto che umiliare il Westbrook di turno che butta l’ennesimo pallone in mano agli avversari. Detto questo non mancano le analisi anche spietate, sempre però esternate con la massima educazione e con lo stile che la NBA pretende e merita. Jackson, da buon playmaker, insiste spesso sulla circolazione di palla, va in brodo di giuggiole per l’intelligenza di Jason Kidd e per l’attacco rapido ed equilibrato disegnato da coach Carlisle. Sono anni che si parla di lui come di possibile allenatore di prima fascia, magari sarà proprio lui a riportare un giorno i Knicks in finale! Van Gundy invece adora i difensori intelligenti e coraggiosi, sta impazzendo per Nick Collison e per Shawn Marion che tentano in ogni modo lecito (anche perché quest’anno gli arbitri non perdonano le porcate alla Bruce Bowen) di limitare quei due purosangue che si chiamano Nowitzki e Durant che troppo spesso vedono il canestro grande come una piscina olimpionica. Ibaka invece è un idolo sia di Jackson che di Van Gundy che lo vorrebbero sempre in campo. Importante anche il parere dato dall’ex play di New York sulla trade che ha portato Perkins a Oklahoma City. Secondo lui il centro doveva restare ai Celtics perché i Thunder avevano bisogno di alternative in attacco quali erano Green e Krstic, mentre Boston aveva bisogno dei muscoli di Perk avendo già fin troppa gente dal canestro facile. Istantanea la risposta di Jeff: “Secondo me Oklahoma City voleva semplicemente dare più spazio a Ibaka e a James Harden, quindi ha fatto la cosa giusta”. Uno dei due avrà per forza torto ma almeno le cose le dicono, non come Collovati che alla Domenica Sportiva un mese fa rispose a precisa domanda che Lazio, Udinese, Roma e Juve avevano tutte qualche possibilità di arrivare al quarto posto, e lo paghiamo pure…