Un po’ di amarcord per ricordare una parte del gioco che nella NBA ha cambiato faccia con il passare degli anni. Una volta il gioco difensivo era interpretato dagli arbitri in modo completamente diverso da oggi. Sto parlando dei due decenni d’oro per la crescita mediatica della pallacanestro americana. Negli Ottanta e nei Novanta le partite e (perché no?) i titoli potevano decidersi per un infortunio più o meno intenzionalmente provocato, un po’ come accade nell’hockey e nel football. Ricordate quando Joe Montana fu abbattuto da Leonard Marshall in quello che fu un colpo definitivo alle ambizioni da titolo di San Francisco? Bene, nel football un episodio simile è tollerato senza troppe storie ma nella pallacanestro, anche in quel periodo storico, qualche dubbio sulla correttezza di certi comportamenti veniva sollevato. Il famoso intervento assassino di Kevin McHale su Kurt Rambis (che tra l’altro, bizzarra coincidenza, ha sostituito il “nemico” sulla panchina di Minnesota) è ancora oggi inteso come la chiave di volta di una partita e di una stagione. Il livello di tolleranza si è abbassato: gli ultimi giocatori conosciuti per le ripetute scorrettezze in campo sono Bruce Bowen e Robert Horry. Entrambi hanno smesso di giocare, ma il loro stile era più dovuto alla necessità di farsi strada ad alto livello nonostante un talento limitato che non a un progetto collettivo come quello dei Bad Boys di Detroit, una squadra che portava abitualmente nei palazzetti NBA i modi sbrigativi dei playground. Bird e Jordan li odiavano neanche tanto cordialmente. L’esclusione del leader Isiah Thomas dal Dream Team di Barcellona rappresenta il degno coronamento della mancanza di buoni rapporti tra MJ e il playmaker dei Pistons. E’ vero che i giocatori di quegli anni erano enormemente più tecnici di quelli di adesso ma è anche vero che se le davano di santa ragione attuando machiavelliche soluzioni pur di arrivare al titolo. Oggi David Stern, preoccupato di far passare messaggi da galateo in tutto il mondo, fa reprimere con il fallo tecnico ogni espressione contrariata in campo, allontanando sì il professionismo dall’eretico mondo del basket di strada ma avvicinandolo al mondo delle caserme. Una via di mezzo no?