Ho aspettato tantissimo, forse troppo per scrivere questo post.

Però è arrivato il momento di dirlo forte e chiaro: Bargnani haters di tutto il mondo, nascondetevi. Chè Andrea quest’anno si sta mettendo di buzzo buono per tacitarvi.

Ok, dopo l’intro decisamente esagerata passiamo ai fatti: dopo una stagione decisamente negativa, sia a livello di squadra che individuale, con critiche piovutegli addosso praticamente da ogni dove, il Mago si è presentato quest’anno con una faccia decisamente diversa.

Ok, la faccia è sempre quella, da tonno. Ma era una metafora, suvvia!

Partiamo dalle cifre: finora viaggia a 23.5 punti + 6.4 rimbalzi + 2.1 assist. La sua migliore stagione statistica sotto tutti i punti di vista da quando è atterrato in Canada. E’ sesto (SESTO!) per punti segnati nella lega, in una classifica che lo vede davanti a moltissimi mostri sacri del giochino (vedere per credere).

Un’altra statistica: Toronto è attualmente a 6 vittorie e 13 sconfitte. Uno schifo, direte voi. Date le premesse, però, nemmeno così uno schifo. Toronto ha nettamente il peggior roster della lega in quanto a talento, con Calderon e DeRozan come migliori giocatori dopo Andrea. A questo si aggiunga che DeRozan sta avendo una stagione deludente, dove non ha ancora avuto quel salto di qualità che ci si aspettava da lui.
Insomma, Bargnani si sta caricando sulle spalle tutto l’attacco dei Raptors. La prova? Prima del breve infortunio occorsogli poco tempo fa, i Raptors erano 4-6. Prima del suo rientro hanno perso sei partite su sei, dopo il suo rientro sono 2-1.

E’ cresciuto in attacco, è cresciuto in leadership, è cresciuto nella varietà del suo gioco offensivo (meno tiri da tre, molti più tiri da 2).

Fin qui tutto bene.
Nonostante qualche debole e timido miglioramento, il difetto resta la difesa, spesso troppo passiva, e mancante persino di quella cattiveria necessaria a fare semplicemente fallo (fa meno di due falli a partita). Riuscisse a crescere anche lì… Bè, potremmo anche togliere quel quasi dal titolo del post.

Quello che un po’ tutti ci chiediamo da tanto tempo é se con la trade che ha mandato a Denver Gallinari, Chandler, Felton e Mozgov per prendere Melo i Knicks siano diventati una squadra migliore. Dati e record alla mano siamo tendenzialmente lì. Con Melo i Knicks, che già sono riusciti a firmare Stoudamire nel penultimo mercato dei free agent,  sarebbero una squadra con un big 2 degno di tal nome e con due così te le giochi quasi tutte. Ma c’é un “ma”.
Il “ma” nasce dal cosa vuole essere New York da grande:
- una squadra di D’Antoni? Oggi non lo é
- una squadra da titolo o finale di conference? Oggi non lo é
- una squadra pronta per Phil Jackson? Oggi non lo é
Cosa succede di specifico oggi a New York: succede che non sia una squadra pronta per il run and gun, non ha una pg che inneschi (e puoi metterci Shumpert, Douglas, aspettare il Barone ma quella pg a roster non c’é), non ha tiratori perimetrali (e qui capire perché rinunciare a Billups risulta molto ma molto difficile), non ha giocatori forti nell’uno contro uno che al dunque scarichino.
Ha un 4 che puó fare il 5 mascherato e basta. Un po’ poco.
A questo punto si potrebbe obiettare “beh viene Jackson e vince a mani basse”. Io risponderei con una pernacchia perché chiunque parla così non sa né cosa sia la triangle offense, né che giocatori servano per farla. I Knicks, per inciso non ne hanno uno che sia uno. I Lakers erano perfetti, per questo ma New York é l’antitesi del triangolo, oggi.
Detto ciò?
Detto questo New York possiamo dire che non avesse fatto quella trade (e quella trade nasce indubbiamente dall’avere preso una prima stella come Stat, roba che serve per emttere le basi per un titolo eventuale), sicuramente sarebbe una mina vagante a cui mancava una sg da 20 punti a partita (un Granger, per capirci) per puntare a una finale di conference. D’Antoni, per intenderci non avrebbe mai lasciato tre pezzi così per un giocatore fortissimo ma che avrebbe sfasciato tutto.
Sfasciato é esagerato, penserete voi. No, rispondo io. Lo spogliatoio dei Knicks é un casino di Dio, Stat rinfaccia l’eccesso di egoismo di Melo e siamo al punto (vedi partita con Denver) che se puó tirare rinunci, o giochi con sufficienza (due triple tentate, scherziamo?).
Siamo all’Ok Corrall insomma. In un punto in cui né Walsh, né Dolan possono uscirne in maniera sana se non con una trade che invii qualcuno da un’altra parte e costruisca qualcosa a questo punto per un altro allenatore che non sia D’Antoni.
Ecco quindi i Magic che propongono uno scambio Howard/Turkoglu (che tornerebbe un ottimo giocatore con Mike) per Chandler e Stat, ecco che insomma potrebbe saltare in mente di spedire il cocco di Baltimora e la sua ingombrantissima moglie da qualche altra parte. Magari per una pg.
Prendere Jackson oggi come oggi sarebbe un suicidio e non eviterebbe una rivoluzione pesantissima comunque.
Insomma, New York anno zero, parte? 3? 4?

Quanto è importante nel nostro sport preferito capitare nel posto giusto al momento giusto? Intendiamoci, uno come LeBron James nasce ogni tanto, è il cosiddetto uomo franchigia, un insostituibile che sarebbe titolare ovunque e che porterebbe vittorie a qualsiasi formazione, basterebbe tenere a mente come esempio i Cavs che giocarono per il titolo pur avendo una specie di deserto attorno al fenomenale Phessone. Eppure il contesto conta e parecchio. Se sei un buon giocatore e vuoi vincere qualcosa, e non vuoi intristirti sbattendoti inutilmente in presenza di compagni interessati a produrre stoppate o tiri da tre nel garbage time con gli avversari sopra di trenta, se insomma ti chiami Richard Hamilton può capitare che il campionato più bello del mondo ti regali la soddisfazione di portare tutto il tuo talento e la tua esperienza proprio dove la tensione è alta e ci si gioca qualcosa di veramente importante. La guardia dallo stile agile e dal tiro sinuoso rappresenta un vero affare, per i Chicago Bulls che hanno un elemento tatticamente perfetto per accompagnare le scorribande di Derrick Rose, e per lo stesso giocatore che ha abbandonato un ambiente depresso in un momento in cui può ancora dimostrare molto visto che ha 32 anni, mica 40! Un altro giocatore che ha ricevuto una boccata d’ossigeno dal mercato è David West che, reduce da un serio infortunio, si è trovato agli Indiana Pacers dove è già un tassello fondamentale per far crescere una squadra che farà i playoff e che ha ottimi margini di miglioramento. Gli Hornets invece ricominciano da zero, senza West e senza Paul: certamente il fantastico Eric Gordon, campione del mondo due anni fa con la nazionale americana, si trova invece nella situazione opposta a quella di West, dovendo vivacchiare in un team perdente proprio nel momento più promettente della carriera, momento tra l’altro macchiato da fastidiosi problemi fisici. E’ vero che trattasi di professionisti, alcuni dei quali non scambierebbero certo il loro salario pantagruelico (chi ha pronunciato le parole “Rashard” e “Lewis”?) con qualche vittoria in più, ma è anche vero che a nessuno piace perdere, soprattutto in uno sport dove se va male puoi perdere anche più di cinquanta volte in una stagione. Ecco allora che uno dei nostri “protetti”, quel Danilo Gallinari che doveva temere come la peste il distacco da coach D’Antoni e da una città che in teoria lo avrebbe coccolato a prescindere, si trova a gongolare come un bufalo nella pozza di fango per aver trovato una squadra emergente, un allenatore di alto livello e soprattutto un ruolo da protagonista in un contesto ambizioso. A New York ammassano talento individuale, il che ha pure un risvolto romantico, ma farci credere che con il Barone vinceranno qualcosa è più che un’impresa.

Il Phessone si esibisce in una delle più grandi spacconate che mi sia mai capitato di vedere su un parquet NBA. Soprattutto perché di fronte c’era Kobe. Se il passaggio fosse stato per un Chris Bosh qualunque, sarei stato qui a dire che continua a fare di tutto per farsi odiare. Ma visto che l’ha data a “Who’s your daddy” Shane Battier, mi è piaciuta un sacco. Sono volubile, che ci posso fare.

* (quelle che non hanno i miei Celtics)

In una stagione così particolare è probabile che le valutazioni sui rookie fatte prima del via saranno stravolte dal campo, e già qualcosa possiamo dire dopo quasi un mese di partite. Nel mio caso, dopo la sbornia dei primi giorni di League Pass gratuita, ovviamente lo sguardo è progressivamente diventato più generale (quindi basato su filmati sparsi) ma da qualche giorno sul mio digitale terrestre si sono nuovamente materializzate le immagini di Sportitalia quindi posso tornare a ubriacarmi di grande pallacanestro. Tenere d’occhio i rookie è una mania di ogni appassionato, specialmente durante la stagione regolare, visto che soltanto nei playoff l’unica cosa che conta è il risultato. La stagione regolare, anche questa che è più breve quindi più tesa agonisticamente dato che tempo per recuperare in classifica (in caso di partenza negativa) ce n’è di meno, si presta all’osservazione dei fenomeni collaterali del campionato più bello del mondo. Per quanto riguarda i rookie, oggetto di questo post, a prima vista spiccano due figure: intanto quella predestinata del play di Cleveland Kyrie Irving, già capace di fare la differenza in un team in netta crescita. Il ragazzo si fa notare per la facilità nel concludere sia in traffico che da fuori e per l’atteggiamento positivo che aiuta i “vecchi” Jamison e Gibson a giocare una pallacanestro produttiva. Ho sentito un Dan Peterson perplesso al riguardo: meno grappa, coach! Seconda figura, forse addirittura più evidenziata dai media perché portatrice di qualche dubbio in più, quella del funambolico Ricky Rubio. L’avvocato Buffa in questo caso fu profetico per quanto riguarda l’impatto cinematografico dello smilzo iberico, ora attendiamo le contromisure degli avversari. Tra gli altri, uno davvero buono mi sembra Kawhi Leonard degli Spurs, giocatore dal fisico scultoreo che mette in secondo piano fondamentali eccellenti. Il prodotto di San Diego State mostra precisione al tiro e ferocia agonistica e ha già il benestare di un duro come coach Popovich: è lui il terzo rookie sul mio personalissimo podio. In generale mi sembra un’annata che porterà tanto futuro NBA da parte dei giocatori al primo anno, ma oggi ho voluto premiare soltanto i tre che più mi hanno visivamente impressionato. Posso però affermare che nei meandri dei vari roster si nasconde talento a iosa, il problema sarà semplicemente incanalarlo nella giusta direzione. Ci sono almeno 20 rookie che sono destinati a una carriera almeno decennale in questa lega, alcuni dei quali potrebbero dominare nel proprio ruolo, ma per il momento mi fermo qui. Ebbene sì, per ora faccio finta di ignorare chi segna 15 punti a partita negli indefinibili Nets o chi diventa profeta in patria al freddo del Wisconsin, così come pretendo più vittorie e più leadership dalle pur lodevoli guardie emergenti in maglia Pistons o Bobcats: gente di sicuro avvenire, sia chiaro.

Il dilemma di un giocatore di fantanba. (ovvero una nuova rubrica di The Basketball Diaries, senza un vero perché)

Non so se conosce il fanta qualcosa, io sì, io campo quasi per il fanta qualcosa, fantacalcio, fantacinema, fantanba.
Ok, il fantacinema non esiste però gli altri due sì.
E come diciamo in due (io e Nutless) il fantanba “è la vita”. Spiego cosa voglia dire questa accezione che può sembrare paradossale.
La prima cosa che fai, quando hai la tua squadra di fantanba, alzato la mattina è: ciabatte, caffè, accendi il pc, STICAZZI SE FAI TARDI A LAVORO, e ti guardi i punteggi di tutti i tuoi giocatori, smadonnando o gioendo poi per tutta la giornata.
Nel fatto specifico io oggi odio a morte Paul Pierce, Jeff Teague e Darren Collison. Se leggete “belle merde”.
Detto questo e facendo un passo indietro il fantanba, per come è strutturato è per la nostra cerchia quel punto nello spazio tempo in cui 16 persone di varie località del mondo decidono di un orario per il draft e da lì comincia la fine.
Premetto, sono tre anni che faccio il commisioner e quindi tutti gli sbattimenti vari.
Al primo anno ho vinto l’anello (baciate qui l’anulare della mia mano destra merdoni).
Al secondo sono uscito al primo turno di playoff
Quest’anno dipende tutto dalla salute ma la vedo nera.
Spiego al volo come funziona, per chi non lo sapesse.
Il draft, innanzitutto è l’ordine casuale (il primo, ma poi ragionato) con cui ognuno dei giocatori andrà a scegliere. Sulla base di cosa si sceglie, un punto per ogni punto, rimbalzo, stoppata, assist, recuperi, un punto in meno per ogni palla persa e ogni tecnico. Capite da voi quanto valga tanto Lebron James per dirne uno, e quanto poco valga chessè Metta World Peace.
Quindi diciamo che a quel click la tua vita per qualche secondo si ferma, aspetti solo di vedere il nume della tua squadra a che numero è associato (il mio era associato al 5) e da lì parti di statistiche, dubbi amletici, simpatie ed antipatie. Insomma, da lì tu per i tuoi parenti, la tua morosa, il tuo lavoro “non esisti più”.
Fatta poi la squadra, scelti quindi 12 giocatori e tutti, TUTTI, ci preoccupiamo che duri troppo il draft ma se alla fine dura 3 giorni sono tanti (e quindi il malato non sono io),  il punto d’arrivo è uno, calendario a scontri diretti vince chi fa più punti del tuo avversario, ci sono poi i playoff la finale, lo sfottò, gli amici che si perdono e via dicendo.

Detto questo vi dirò i dilemmi e cosa passa per la capoccia di un giocatore di fantanba senza sembrare un nerd sfigato ed alienato tipo uno Zuckerberg senza il genio e senza i soldi.

L’anno scorso feci una squadra, forte, fortissima, che per lo più aveva 5 giocatori tra cui Nash, Bryant, Garnett, Bosh, Millsap, Monroe, Perkins, Holiday, Villanueva, il mio idolo Garcia (sì c’ho idolo Francisco Garcia mbè?)
una squadra che mettevi i primi 7 e poi neanche guardavi più i risultati, sul più bello si fa male Nash, si rompe il dito Kobe e yuhu. Fine dei giochi
L’anno prima ancora faceva ancora più paura, Ginobili, Rose, Evans, Billups, Love, Jefferson, Lee, S. Jackson, Gallinari, Wallace, scudetto a spasso, come dico di solito e presa dai free agent di Kevin Love, al suo se non erro secondo (o forse primo anno) comunque va bè, devastante.
St’anno mi sono detto, che due coglioni non facciamo i soliti vecchi ma rischiamo un attimo, mettiamoci un po’ di pepe. Ho detto, prendiamo qualche sleeper va e facciamo la squadra ogni due giorni.
Detto ciò ho capito che per sleeper si intendono quei giocatori che neanche la madre sceglierebbe e che hanno una continuità simile a quella di un Renato Portaluppi alla Roma (che in pratica giocò solo col Norimberga), giocatori che dopo due partite si sfasciano e stanno fuori n-tempo, che con n-tempo si intendono n-mesi, in più la squadra non la faccio ogni due giorni ma ogni 6 ore e soprattutto se conoscete qualcuno che poi si diverte a fare i pagelloni di mercato menatelo fortissimo prima che li faccia, perché vi porterà rogna (in questo caso Nutless, so dove abiti, spera che si riprendano tutti).

Detto questo è solo l’inizio, perché vi farò vedere cosa passa nella testa di un nerd della minchia nel momento in cui si mette davanti a uno schermo e vi faccio conoscere (se non li conoscete già) qualche testa di minchia di giocatore con qualche contratto che deve solo ringraziare iddio che non vivo in Indiana o ad Atlanta ma a Piramide, Roma.

Forse dovremmo parlare di questi Bulls (i “miei” Bulls) che sono 8-2 e che sembrano una squadra ancora più completa e temibile dello scorso anno, e che a tratti mostra un gioco di squadra davvero eccellente, e non solo nella metà campo difensiva.

Forse dovremmo parlare di Rose che continua a dimostrare che l’MVP non è arrivato per caso, e che sta giocando sempre di più per la squadra e sempre di meno per sè, dimostrando cosa significhi essere una vera stella.

Forse dovremmo parlare di un Deng sempre più fondamentale, di un Boozer finalmente convincente, e di un Hamilton che, dopo le difficoltà iniziali, sta dimostrando che in questo sistema, che ha tante somiglianze con la “right way” di browniana e detroitiana memoria, potrebbe essere davvero una bella addizione.

Forse. Ma oggi non possiamo fare a meno di parlare di lui, dell’uomo che ha ricevuto un’ovazione dallo United Center che forse manco Michael Jordan.

Signore e signori, Brian Scalabrine.

… ad ogni modo, geni! Attendo con ansia quello di Brendan Haywood (saprà leggere?), ma soprattutto quello del presidentissimo dei Mavs.

Bene. Siamo ripartiti e stanotte purtroppo scade il league pass gratuito, sono molto in dubbio se farlo. Forse si torna a dormire.
I Thunder sono ok. Portland pure (incrociare qualsiasi cosa please), Kings e Hornets faticano.
Ma la new entry dell’anno per me, per affetto e supporto, arriva da Est, arriva dalla squadra di Larry Bird, sarà che è arrivato il mio idolo West, sarà che al FantaNba conto molto su Hibbert ma la partenza dei Pacers fa ben sperare quest’anno, magari addirittura una semifinale di conference. Finora il record recita 6-2, e avversari che faticano a segnare. Il momentaneo buon momento porta la firma di 3 nomi in crescita.

Roy Hibbert, Tyler Hansbrough e Paul George. Se i primi 2 stanno facendo valere le loro armi sotto canestro, l’altro si segnala come il tiratore più pericoloso oltre l’arco di tutta la lega dopo l’inarrivabile Ray Allen. E vedendo il bicchiere mezzo pieno Granger e West possono migliorare di molto la loro produzione.

Il punto debole per me rimane Collison, una pg discreta ma per la quale non nutro grossa stima e una panchina che a parte il citato Hansbrough può contare forse solo su George Hill. Di cap capisco sempre molto poco ma forse per il prossimo anno qualche cosa si può fare per migliorare ancora questa squadra.

Si, forse il calendario è stato benevolo a parte Boston e Miami (da cui hanno perso sonoramente). Ma voglio crederci.

“se sei per Indiana sei un po’ bostoniano” (giorgiop)

Star dietro a questa stagione NBA è complicatissimo. Voglio dire, ci sono troppe partite. Ogni mattina accendo il computer e trovo ad aspettarmi una mezz’oretta buona di highlights. Attività irrinunciabile, ma inspiegabilmente poco apprezzata dal mondo lavorativo tout-court. “Sì pronto? Il sito è giù? Ok , nessun problema. Finisco di guardare la top 10 degli assist della notte e sistemo tutto.” Ma tant’è. In ogni caso, dopo quasi due settimane si comincia a vedere un po’ come stanno le cose. E si cominciano a vedere le cose belle.

Come questa chicca firmata Denver Nuggets, nello specifico Rudy Fernandez (bella aggiunta al roster, considerato che è venuto via sostanzialmente per nulla) to Kenneth Faried.

Lo so, io non faccio testo, perché sono un ultrafan di qualsiasi cosa allenata da George Karl. Lo dimostrano i 44 post che ho dedicato lo scorso anno al sosia del Trinity Killer. Ma come si fa a non volere bene a una squadra che asfalta i Kings senza Nené infortunato (riuscire a tenere il brasiliano in Colorado è stata una discreta magata), con Mozgov e Kosta Koufos (costacufos!!!) in quintetto, con 5 uomini in doppia cifra (nessuno sopra i 15) e altri 4 a quota 8 punti?
Il tutto senza dimenticare che le pepite sono forse le vittime principali del lockout, con  J.R. Smith e Wilson Chandler bloccati in Cina a fare chissà cosa. Due parole in più se le meriterebbe anche Kenyon Martin, che era unrestricted free agent ma un pensiero a restare a Denver forse ce lo avrebbe fatto. Invece se ne è andato in Cina anche lui, diventando il giocatore più pagato ever della CBA, e dopo tre mesi di alti e bassi ha mollato gli Xinjiang Flying Tigers giusto la vigilia di Natale per “take care of” non precisati “family affairs”. Ora, magari rientra tra 10 giorni, ma mi sembra di aver detto tutto. Se avessi dovuto scommettere, 20 centesimi che loro 3 sarebbero stati tra quelli capaci di fare la minchiata di incasinarsi il rientro in NBA ce li avrei messi.

Detto questo, prima ho citato Kenneth Faried. Beh, mettiamola così, io il mio nuovo giocatore simpatia già ce l’ho, e se tutto va bene pure il candidato a steal of the draft 2011. Ok, forse mi sto lasciando prendere dall’entusiasmo. Ma siamo stati senza NBA per una sacco di tempo. Sono perdonabile.

mannaggia ai video di nba.com che non si possono embeddare. cmq la giocata vale la pena di cliccarci sopra.

Ps: ho scritto un post su Denver senza nemmeno citare Gallinari (che sta crescendo in maniera esagerata) o The Birdman (che com’è o come non è, negli highlights ci finisce ogni sera. E quest’anno sfoggia anche un’insolita capigliatura sobria e ordinata). Questo è sintomatico di quanto voglia bene a questa squadra. Ed è la consolazione per quanto sia invece destinato a soffrire a tempo indeterminato a causa dei miei Warriors.

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