E’ l’unico momento dell’anno in cui tutti i tifosi di casa portano la stessa maglia, l’unico in cui l’America sembra più calda della Grecia e della Turchia. Anche perché la caciara fatta da ventimila persone non è proprio uguale a quella prodotta da un palazzetto europeo in un primo turno di playoff. In queste settimane ubriacanti dove non si fa in tempo a finire una serie che già si è sull’aereo per iniziare la prossima tutto sembra correre a ritmo superiore. Durante la stagione regolare le squadre camminano per il campo, i contatti ci sono ma più maliziosi che altro, e c’è tanto (troppo) tempo per pensare alle statistiche, specie a quelle individuali che tanta fuffa producono in ogni dibattito. Nei playoff invece non contano le percentuali, le medie, i totali individuali. Conta vincere e si vede da certi contatti durissimi, plateali, figli della frenesia e del pochissimo tempo a disposizione per risolvere la faccenda. Si direbbe “o la va o la spacca”, per non dire in italiano più completo che nei playoff anche una decisione sbagliata, una sola, può mettere fine a una stagione. Memphis ha vinto una serie tiratissima, in cinque splendide partite, e va a giocarsi contro gli Spurs (già sorpresi in un passato non remoto) la possibilità di entrare in un clamoroso sogno ad occhi aperti. I Grizzlies sembrano da qualche tempo una perfetta macchina da playoff, hanno la capacità di dettare i ritmi di queste battaglie, di alzare il tono della contesa grazie a una compattezza e a una sicurezza che dall’altra parte del mondo hanno portato l’Olympiacos a compiere due delitti perfetti in altrettante primavere. Non che la loro stagione regolare sia stata modesta, ma in fin dei conti sono arrivati soltanto quinti; a parte la mancanza del fattore campo, non c’era altro motivo per non vederli possibili finalisti, anche se io avevo scritto da queste parti che avrebbero perso 4-3 al primo turno. Anche l’Olympiacos ha viaggiato in penombra durante tutta la campagna europea, rischiando per la verità di andarsene presto a casa. La quinta partita contro l’Efes poteva essere la fine di tutto, così come per Memphis lo 0-2 iniziale contro i Clippers pareva un estremo saluto. Anche Siena sembrava andata, nei nostri playoff, ma è squadra da playoff per indole e per orgoglio, oltre che per la presenza di un elettrico Bobby Brown. Attenzione a chi ha questa durezza mentale, perché arriva sempre un momento in cui i pronostici basati sulle statistiche e sul talento complessivo se ne vanno a donne prezzolate. Detto questo: Memphis in sei partite, va bene?

Troppo facile analizzare questi playoff lasciandosi condizionare dal fattore infortuni, eppure in un sistema come quello NBA che privilegia l’uno contro uno non si può farne a meno. I cosiddetti aggiustamenti trovati da allenatori esperti e preparati a tutto hanno fatto sì che Golden State riuscisse sorprendentemente a fare a meno di David Lee, così come Rondo a Boston e Rose a Chicago sono stati sostituiti dal cuore dei compagni di squadra, tra l’altro allenati da due persone che insieme avevano costruito un grande titolo qualche anno fa. In altri sport si è più abituati ad avere a che fare con queste situazioni. Prendiamo il calcio: si gioca in undici, cosa volete che cambi se c’è una sola riserva in campo? Poi però l’infortunato si chiama Messi e cala giù la notte più profonda. La pallacanestro NBA ha equilibri più sottili, il talento è diluito in modo scientifico. Nessuno ha più di tre stelle vere, nessuno può davvero permettersi di perderne una nei playoff. Tutto questo per dire che il destino di Oklahoma City è segnato. Già privati di Harden da quel salary cap che, appunto, non poteva consentire loro di avere quattro stelle, i giovani ragazzi di coach Brooks danno l’impressione di essere sull’orlo di un baratro dopo aver perso per infortunio il fenomenale Russell Westbrook, ago della bilancia con le sue prestazioni travolgenti e qualche volta con le sue scelleratezze in campo, ora più che mai decisivo in negativo con la sua assenza. Qui però arriva il bello o, se volete, il brutto: abbiamo detto che Harden era la quarta stella della squadra, l’uomo da sacrificare. Chi ha detto che gli scienziati al servizio delle squadre NBA hanno sempre ragione? Il talento non si costruisce, è una cosa che la natura dà a pochi eletti, e la guardia barbuta dei Rockets è nell’oligarchia dei talenti a cinque stelle. La difesa e il fisico si allenano, si migliorano con la voglia e con il sudore. Tutto questo per dire che uno come Serge Ibaka, tutto sommato, è più facile da trovare in giro. E’ vero che parliamo di un elemento fondamentale nel gioco di coach Brooks ma io francamente di giocatori entusiasmanti come Harden ne vedo pochissimi e mai avrei fatto quella scelta. Per quanto mi riguarda io avrei preferito Harden anche a Westbrook ma credo che anche in questo caso si deve partire dal fatto che a OKC hanno preferito la fase difensiva e l’esplosività della guardia da UCLA alla giocoleria spinta del loro ex sesto uomo. Non ci sarà mai la controprova, ovviamente, ma avere tre fenomeni che sanno giocare insieme in uno sport dove si gioca in cinque mi pare più sensato che avere due fenomeni e mezzo. Mi dispiace fare sempre le pulci ai Thunder, ma è il dispiacere di una persona che ammira lo stile di una franchigia che ha scelto i migliori giovani e li ha cresciuti splendidamente dando loro la massima fiducia per poi, forse, prendere la decisione sbagliata nel momento di passare alla cassa.

 

C’è poco da dire: oggi come oggi questi sono i playoff di Carmelo Anthony. Non è più un ragazzino anche se ci sembra ieri quando portava Syracuse a un favoloso titolo NCAA nel suo unico anno all’università. Fin dal primo anno da professionista è stato un giocatore dominante, una stella di assoluta grandezza, cosa confermata in nazionale dove ha vinto da protagonista due titoli olimpici. Ha però fama di egoista, di gangster del parquet per i suoi modi non sempre da educanda, eppure, come tutti i fenomeni, se messo nelle condizioni ideali è certamente un vincente. Anche l’anno scorso si diceva che, senza la presenza ingombrante di Stoudemire, il ragazzo cresciuto tra mille difficoltà a Baltimore sarebbe stato in grado di esprimere la migliore pallacanestro della carriera. Così è stato: con una compagnia di faticatori duri ed esperti che non vogliono per forza il pallone, Melo ha giocato una stagione commovente, dimostrando quello che si dice da anni di lui, cioè che si tratti del miglior attaccante puro in circolazione, anche superiore a Kobe Bryant perché a parità di gioco perimetrale aggiunge movimenti vicino a canestro pressoché insolubili per qualsiasi difesa. Per gli osservatori più severi si tratta di un realizzatore fine a se stesso, un po’ come lo erano Bernard King (da quest’anno meritatissimo hall of famer) e Dominique Wilkins, come se la cosa fosse per forza un difetto. Ci si è invece accorti che, un po’ come nel caso dell’Iverson dei tempi belli, una squadra dal gioco funzionale al talento della sua stella può andare molto lontano. Da tifoso dei Boston Celtics non posso che sperare di sbagliarmi ma ho la sensazione che la finale di conference sia già scritta e che, se è vero che Miami ha una profondità che non ammette repliche, è anche vero che questi Knicks somigliano sinistramente ai Mavs che sorpresero tutti due anni fa. Di quella Dallas hanno anche Kidd e Chandler, hanno la mentalità e hanno un go-to guy in stato di grazia. Nei primi due confronti con Boston, che sarà bollita ma che è squadra che sa difendere alla grande, Melo ha fatto quello che voleva mandando in estasi un pubblico che è stato abituato a tifare per squadre combattive e per giocatori dal grande cuore tipo Starks e Oakley, ma che un giocatore così forte lo sognava proprio dai tempi del già citato King. Questi Knicks hanno capito che responsabilizzare un fenomeno dal carattere difficile è l’unico modo per farlo rendere al massimo. Avere un’intera metropoli sulle sue spalle ha reso Melo l’autentico idolo del pubblico NBA, il primo nome del marketing e finalmente il primo nome anche sul parquet.

  • Miami-Milwaukee. In questo caso si capisce il reale vantaggio di vincere la stagione regolare. Niente di più semplice per Miami che affrontare una squadra che, in tutta onestà, è nei playoff per puro caso. Basti pensare che Utah resta fuori avendo vinto 5 partite in più. Praticamente il sicuro MVP LeBron James comincerà i playoff direttamente contro Brooklyn o Chicago. Pronostico: 4-0
  • Brooklyn-Chicago. I Bulls sono un esempio di organizzazione, se pensiamo ai risultati eccellenti ottenuti senza il loro miglior giocatore. E’ da questi particolari che si giudica un allenatore ma i Nets, pur avendo complessivamente reso meno di quanto mi aspettassi, sembrano più competitivi in una serie che promette grande equilibrio e duelli spigolosi. Pronostico: 4-2
  • Indiana-Atlanta. I Pacers hanno chiuso la stagione al terzo posto a causa del finale pimpante di New York ma forse non sarà troppo dispiaciuto loro avere Atlanta anziché Boston, con la possibilità in ogni caso di affrontare Miami non prima della finale di conference. Sulla carta è una sfida equilibrata, nella sostanza Indiana è molto più squadra nonostante l’assenza di Danny Granger, uno che (come capitato a Rudy Gay a Memphis) si è ritrovato nel limbo delle presunte stelle delle quali si può fare tranquillamente a meno. Pronostico: 4-1
  • New York-Boston. Sia a est che a ovest il primo turno più acceso è quello tra seconda e settima. Tutto ciò è dovuto alla decadenza delle due squadre più gloriose, prive tra l’altro dei leader Rondo e Kobe Bryant. I Celtics hanno problemi a rimbalzo, dove sono davvero impresentabili, ma hanno cuore e soluzioni tattiche per dare fastidio ai sorprendenti veterani di New York. Test subito probante per vedere se Anthony e compagni possono arrivare in fondo. Pronostico: 4-3
  • Oklahoma City-Houston. Ecco, anche questa è una serie per intenditori. Della categoria “stelle di cui si può fare a meno” rischia di far parte pure James Harden ma, a parte il fatto che trattasi di giocatore di prima fascia mentre i pur eccelsi Gay e Granger sono un gradino sotto, c’è già la possibilità di vedere “face to face” cosa si sono persi a OKC. Si entra in quel particolare periodo dell’anno in cui tutti gli occhi sono puntati su Russell Westbrook e si entra da subito nella bagarre dell’ovest, come al solito furiosa. Pronostico: 4-2
  • LA Clippers-Memphis. In assoluto la serie più incerta, l’unica senza una reale favorita. I Clippers mi sembrano sottovalutati in generale. Memphis sa come si gioca a certi livelli e ha le armi difensive per tenere a bada sia Paul che Griffin. Non ci sarà una sola azione banale in tutta la serie, non si escludono colpi proibiti. Occhio alle movenze sublimi del miglior Jamal Crawford di sempre, finalmente maturo e decisivo. Pronostico: 4-3
  • Denver-Golden State. La miglior squadra casalinga della lega farà a meno di Gallinari, cosa da non sottovalutare anche se poche formazioni hanno la profondità dei Nuggets. Golden State punta forte su Stephen Curry, definitivamente esploso a livelli assoluti, in una serie che sarà spettacolare quanto quella di OKC. Denver può provare ad arrivare in fondo, tanto che un dollaro su i ragazzi di coach Karl lo spenderei volentieri. Pronostico: 4-1
  • San Antonio-LA Lakers. Per il prestigio dei nomi, certo, ma è “la serie” anche perché senza Kobe possiamo vedere di che pasta è fatto il D’Antoni attuale. Più realisticamente gli Spurs arrivano favoriti a questo appuntamento nonostante l’infortunio di Ginobili. Coach Popovich ha dimostrato anche quest’anno che la (spesso criticata) gestione dei big è semplicemente necessaria per non finire a pezzi. In crescita anche i comprimari di quella che è la vera favorita a ovest. Pronostico: 4-1

NBA: Houston Rockets at Oklahoma City Thunder

La più grande delusione di questa stagione possiamo trovarla senza grande fatica in ciò che sta accadendo ai Dallas Mavericks, campioni soltanto due anni fa grazie a quello che fu davvero (lo dicemmo un po’ tutti anche allora) il classico salto sul treno in corsa. Tanto erano perfetti tatticamente e belli da veder giocare quei Mavs tanto sono diventati anonimi al giorno d’oggi. Da squadra che può battere tutti a squadra che può perdere con tutti il passo è non solo linguistico; siamo davanti a una certezza in negativo. E’ vero che in questo tipo di lega basta poco per risalire ma in questo caso il dilemma è doppio poiché per ricostruire si potrebbe essere costretti a fare scelte dolorose, dopo quelle un po’ più ovvie che hanno spostato il domicilio di totem quali Jason Kidd e Jason Terry. Detto che i due principali candidati a vestire la casacca dei texani presenti sul mercato si sono eclissati, ovvero Deron Williams rimasto ai Nets e Dwight Howard giunto molto poco trionfalmente presso quei fenomeni vestiti di giallo e di viola che sicuramente faranno i playoff pur essendo ancora fuori dalle prime otto a ovest, resta il dubbio di come una squadra dal talento un po’ avariato possa tornare in breve tempo a far divertire il suo appassionato pubblico e il suo ancor più caloroso proprietario. La stella della squadra è il totem Dirk Nowitzki, uno che messo come secondo violino da un’altra parte cambierebbe i destini della lega. Senza girarci troppo intorno: è lui dunque l’agnello da sacrificare? A est succede che Boston, che ha una squadra dall’assetto tecnico simile, cioè con tanto talento ma poco futuribile, faccia i playoff senza grossi affanni con la possibilità addirittura di passare qualche turno, ma a ovest questa ipotesi non è percorribile perché i playoff già storicamente non te li regala nessuno e perché misteriosamente il ben di dio di talento nuovo che fa crescere le squadre sembra concentrato proprio su quel lato della nazione. Coach Carlisle non si discute, è una perdita di tempo anche il solo mettersi a pensare a un’alternativa. Materiale scambiabile ce n’è, con il minimo comune denominatore di un’età tendenzialmente alta. Io terrei solo Mayo e cercherei di dare finalmente al bravissimo allenatore un progetto sul quale lavorare. Oggi come oggi perfino New Orleans ha più motivi per sorridere, ed è tutto dire! Dopo tanti anni al vertice si vive un triste momento di stallo che in una lega di livello così alto non ci si può permettere. E’ il privilegio che lo sport americano nega a chi ha vissuto momenti di gloria. Pensiamo ai Bulls del dopo Jordan o a Utah orfana di Stockton-to-Malone, o alla stessa Seattle sparita e impossibilitata a sostituire nel proprio immaginario Shawn Kemp con il già più leggendario Kevin Durant. Il bello dello sport americano è anche la negazione della nostalgia: conta il presente, e ancor di più conta il futuro. Meglio capirlo in fretta…

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Cosa ci siamo persi in questi ultimi tre mesi se abbiamo avuto da fare troppe cose noiose per lavoro? Dunque, la stagione dei Golden State Warriors è quanto di più sorprendente sia accaduto, di gran lunga più sorprendente di quanto si potesse immaginare in autunno. L’abitudine di andare in televisione per sgraffignare una panchina è molto diffusa presso alcuni specialisti del nostro calcio che altrimenti rimarrebbero disoccupati. Grazie ai loro contatti, personaggi come Somma, Agostinelli, Atzori e il grande bluff Gasperini riescono a trovare un immeritato posto da commentatore in contesti esageratamente superiori alle loro possibilità, posto che fa ricordare la loro esistenza a stolti presidenti che finiscono per affidare a certe capocce l’evoluzione sul campo di investimenti pesanti e rischiosi. Senza dilungarmi sul gioco del pallone, devo dire che ogni volta che penso a Mark Jackson, autentica leggenda (w il luogo comune) della pallacanestro in quel di New York, mi vengono in mente i suddetti allenatori. In pratica il ragazzo si è fatto notare come commentatore televisivo prima di appollaiarsi sulla panchina degli eterni incompiuti Warriors con l’obiettivo di portarli dopo qualche anno ai playoff; proprio come un Mario Somma qualsiasi, Jackson ha approfittato del mezzo televisivo. Il primo anno non ha fatto che aumentare i sospetti sulla sua effettiva preparazione per un compito così disperato, ma di punto in bianco (e senza il lockout a limitarne il lavoro in profondità sul progetto) l’eterna promessa è diventata feroce realtà, tra l’altro nella stessa Pacific Division che sta rimandando a non si sa ancora quali tempi migliori i fenomeni circensi vestiti di giallo e di viola. Golden State è squadra giovane che sa attaccare (soprattutto) ma sa anche difendere e fare la faccia cattiva. Con le ottime scelte (Curry, Thompson, Barnes) e con un magnifico scarto altrui che si chiama David Lee, al quale non è neanche paragonabile il sempre acciaccato e costosissimo Stoudemire che New York gli ha preferito, Golden State sta ricalcando l’ascesa di Oklahoma City. Certo, la franchigia allenata da Brooks ha ottenuto risultati concreti laddove Mark Jackson deve ancora mangiare tanta polenta, ma già che si possa azzardare un paragone vuol dire davvero tanto. Se da un lato il campionato passato ha visto il trionfo di una squadra che ha due fenomeni e un ottimo lungo, è anche vero che questa lega sta dando spazio a realtà meno altisonanti che però sanno valorizzare un concetto di gioco collettivo che non può passare di moda. Sarò monotono ma non ho mai capito l’insistenza di tanti addetti ai lavori nel dare eccessivo peso ai numeri individuali: in tal senso lo scouting si è evoluto e adesso si sta andando (lentamente) verso un sistema nel quale finalmente i giocatori più ricercati e più pagati saranno quelli che aiutano a vincere le partite anche senza collezionare statistiche come fossero francobolli. Golden State, ma anche Indiana, Memphis e la Chicago priva di Rose stanno dimostrando che idee e applicazione possono essere aspetti vincenti anche ad altissimo livello. A patto ovviamente che ci sia anche una buona dose di talento perché, insomma, questo Klay Thompson lo dicevano tutti che era un realizzatore potenzialmente letale (ma ancor prima lo si diceva di tanti giocatori mai esplosi) così come Stephen Curry fu incensato anche su queste pagine quando il titolo di rookie dell’anno veniva dato a qualcun altro solo per questioni di pura statistica individuale. Quasi impossibile che, subito dopo Giants e 49ers, un’altra squadra della Baia arrivi all’atto conclusivo della stagione ma è una sciccheria il fatto che almeno due partite di playoff quest’anno verranno giocate da quelle parti.

Post breve che c’è già Dan Peterson da gustare. Però che questo ha una facilità di gioco quantomeno inusuale anche a certi livelli noi ve lo stiamo dicendo, eh! Ieri ha passato l’esame Parker che è sempre una discreta montagna per gli interpreti del ruolo. Siete avvertiti…

Ok. Era un pezzo che aspettavo un segno. Una spinta. Un aiuto che mi potesse svegliare dall’apatia e dall’ignavia in cui ero caduto per farmi tornare a scrivere di pallacanestro. Ho guardato tutto il guardabile firmato NBA, FIBA, ULEB, CSI, UISP ma niente. La scintilla non scattava. Poi ho capito. Sbagliavo direzione. Dovevo puntare il mio sguardo su quelle che erano le mie certezze. Ci hanno pensato mio fratello con la segnalazione e il Coach per eccellenza con l’interpretazione.

Grazie Dan. Dal prossimo post ricomincio a parlare di basket. Giuro. Che Grizzlies e Warriors quest’anno meritano un sacco di parole.

Che poi sarebbe l’Europa, l’Eurolega in particolare. Regole diverse, tattiche diverse, arbitraggi diversi. Da queste basi si parte per capire come mai la proprietà transitiva non vale per la pallacanestro. Non sempre, è evidente, e neanche troppo spesso. Se i migliori in America fossero tali anche dalle nostre parti e viceversa, non avremmo più sorprese. Potremmo scrivere un libro sull’adattamento dei vari giocatori a campionati e ambienti differenti. Questo è un blog e devo essere breve: diciamo che volevo parlare di Spanoulis, che in questo momento è il miglior giocatore dell’Eurolega ma ci ha pensato pure il sito ufficiale della stessa quindi mi preme dedicare qualche riga a colui che più mi ha sorpreso in questa prima parte di stagione. Bobby Brown, cari miei, ha giocato qualche anno al piano di sopra ma ricordiamoci anche come ha giocato. Nessuno lo rimpiange, nessuno può dire di aver visto qualcosa di memorabile da parte sua. Parliamoci chiaro, non è uno che là può starci come si conviene. Uno che guarda le cose così al volo potrebbe dire che in fondo questo Bobby Brown è una mezza pippa. Poi vaglielo a spiegare che in Europa non lo tiene nessuno, grazie a istinto, energia, personalità e soprattutto grazie a una completezza insospettabile. Altruista, difensore, clamoroso realizzatore con quel tiro strano e allo stesso tempo morbido che sembra sempre buttato per caso verso la parte alta del tabellone. Chi l’ha visto dal vivo mi ha raccontato di un giocatore che pensa velocemente e che agisce di conseguenza per sé e per i compagni, i quali a dire il vero lo seguono a ruota. Non sarà mai McCalebb o McIntyre ma ci accontentiamo lo stesso, così dicono. L’impressione è che Brown stia dando addirittura più dei suoi predecessori se consideriamo entrambe le metà del parquet. Chi l’avrebbe mai detto?

Da zero a dieci, i verdetti dopo quasi un mese di scuola.

  • 0. Gli arbitri, un vero nemico per lo sport e per la pallacanestro in particolare. A me la storia che nell’ultima azione non bisogna fischiare perché devono essere i giocatori a decidere il risultato e non gli arbitri è sempre sembrata una cazzata di proporzioni mostruose. Non capisco perché il regolamento vale solo fino alla penultima azione. Lo capisco meno ancora quando succede quello che è successo a Bargnani l’altra sera, con tanto di scuse ufficiali da parte della lega.
  • 1. Randy Wittman, non è certo conosciuto per fare parte della nobiltà delle guide tecniche NBA ma l’inizio della sua Washington è sconcertante. Deve ancora vincere la prima partita e a poco serve ricordare le assenze forzate di Wall e Nene. Anche altrove fanno a meno di gente importante (anche superiore a questi due) ma qualcosa di buono si vede ugualmente. Tra l’altro qua neanche si chiede qualcosa di buono ma proprio qualsiasi cosa, un segno di vita. Possibile che ogni anno ci deve essere una squadra indegna? Anche ora che Charlotte è guarita?
  • 2. Detroit Pistons, scommettiamo che di squadra indegna non ce n’è una sola? Qualcosa però almeno i Pistons hanno fatto, battendo Boston (no comment), Portland, Phila e Toronto (vabbè). Resta il fatto che questi non hanno però la scusa delle due stelle infortunate e non è che all’orizzonte si vedano grandi speranze, anche se nello sport americano basta poco (ma non pochissimo) per risalire. Peccato perché Greg Monroe meriterebbe un contesto più adeguato, non per forza da un’altra parte.
  • 3. Marco Belinelli, ora non vorrei sembrare cattivo ma ho sempre pensato che sia un protagonista innegabile per certe vetrine (Eurolega, ovviamente) ma che al celeberrimo piano di sopra sia uno dei tanti, per non dire uno dei tantissimi. Chicago dimostra di non avere bisogno di lui, e non c’è Gazzetta che tenga. Non hanno proprio bisogno di lui, non è che sta antipatico a qualcuno.
  • 4. Toronto Raptors, erano mediocri con Bosh, figurarsi ora! Continuano a essere una squadra senza arte né parte. Uno dice: hanno pure gli europei, magari giocano con sapienza tattica, con cinismo in difesa. Macché, questi sono ordinari come gli europei e individualisti come gli americani. Dei loro geni mostrano solo i difetti.
  • 5. Monty Williams. Quanto è bravo, quanto è giovane, quanto è elegante, manco fosse Montella. La tentazione di bocciarlo è forte ma è anche vero che non ha una grande squadra e che andrà valutato insieme ai giovani talenti che avrà a disposizione quando finalmente saranno tutti sani. In tal caso, un paio d’anni di crescita sono attesi: se il professore non crescerà quanto gli studenti allora potremo parlare di flop. Per ora è rimandato a primavera.
  • 6. Danilo Gallinari. Ha cifre sorprendenti in negativo ma lo salviamo perché lui sì che gioca all’europea, per vincere e per far giocare bene i compagni, senza disdegnare un po’ di tamarraggine americana. Diciamo pure che è stato fenomenale nell’ultima settimana altrimenti il 6 in pagella se lo sognava. Certo che, poverino, con quegli pterodattili in maglia Nuggets che volano da ogni parte finisce per notarsi poco…
  • 7. Brooklyn, incredibile, è roba seria! Vabbè, si poteva capire dal mercato e dal progetto in generale. Molto particolare l’arena con quelle transenne che pare di stare nel campionato italiano. Molto buona la squadra, che a mio modesto parere si giocherà con i Celtics il ruolo di finalista di conference. Non ci credete? Non penserete mica che i Knicks siano meglio! Da non sottovalutare neanche la frangetta di Beyoncé in prima fila…
  • 8. Carmelo Anthony. Ha dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che gioca meglio senza altri individualisti (leggasi l’infortunato Stoudemire e il dipartito Lin). Squadra di passatori e di gente che fa il lavoro sporco, New York ha un record divino ed equilibri promettenti ma anche un’età media da barzelletta. Tutto è quindi nelle mani del fuoriclasse da Syracuse, al quale finora non si può dire proprio niente. Semplicemente un piacere per gli occhi.
  • 9. Damian Lillard, un signor rookie! Segna, corre, passa bene la palla, ha talento e leadership. E’ capitato pure nel’ambiente giusto, con un pubblico commovente e due educatori come Aldridge e Batum che come attitudine e classe non sono secondi a nessuno. In ogni caso, grandissima scelta di Portland (ogni tanto, eh, sono sempre quelli che hanno lisciato Jordan e Durant) e rookie dell’anno quasi scontato se Davis continua a sfoggiare eleganza vicino a quell’elegantone del suo coach…
  • 10. Rajon Rondo, un’iradiddio. Non mi interessano le statistiche, tra l’altro gradirei che ogni tanto restasse in panchina a evitare botte anziché pensare alla striscia aperta di almeno 10 assist a partita. Detto questo, io una roba simile non l’ho mai vista, eppure sono qui a dirlo ogni anno ma ogni anno il ball handling sembra sempre più clamoroso, la velocità di gambe e di pensiero sempre più imbarazzante (per gli altri e per noi che cerchiamo di prevedere cosa accadrà di lì a un attimo), la leadership sempre più inattaccabile. Un fenomeno, unico, inimitabile, assolutamente riconoscibile anche per chi vede la pallacanestro da cinque minuti. MVP.

 

The Past, The Present, The Future

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